
Il colpo di stato del 1969 che porta al governo Gheddafi conduce anche alla riapertura del contenzioso con l'Italia sul passato coloniale. La nuova giunta militare sfrutta l'Italia come "nemico esterno" per cementare il consenso interno, attraverso iniziative propagandistiche quali la confisca dei beni (compresi i contributi previdenziali) e l'espulsione degli italo-libici, e l'istituzionalizzazione del "giorno della vendetta".
Il nodo centrale del rapporto politico resta la pretesa libica di risarcimenti per i danni causati dagli italiani nel corso della colonizzazione e delle guerre combattute su suolo libico. La questione ha ispirato diverse discussioni: se l'attuale Libia (mai indipendente prima del 1951) era internazionalmente riconosciuta come parte del territorio italiano, i danni provocati dalle operazioni militari italiane degli anni venti e trenta, nonché della Seconda guerra mondiale sul fronte nordafricano, avrebbero colpito lo stesso territorio italiano e non quello di un altro Stato, tra le altre cose nessuno stato europeo ha mai pagato dei soldi per dei presunti danni derivati dal possesso coloniale di un altro territorio ora indipendente.
In egual misura l'Italia potrebbe chiedere dei danni all'attuale governo libico per i danni derivati dalle numerose rappresaglie dei ribelli libici durante il periodo coloniale, essendo richieste alquanto assurde sono state accantonate.
A queste singolari richieste si contrappone anche la necessità di mantenere un rapporto politico disteso, per una serie di motivi: l'importanza delle operazioni di estrazione del petrolio che l'ENI avviò in Libia sin dal 1956, la possibilità di collaborare nella lotta contro il fondamentalismo ed il terrorismo, la ricerca della stabilità nel Mediterraneo.
Nel 1970, dopo l’avvento della rivoluzione libica, gli oltre ventimila italiani residenti in Libia sono stati espulsi dal Paese e hanno subito la confisca di tutti i beni in violazione del trattato italo-libico del 1956, stipulato sulla base della Risoluzione Onu del 1950 che condizionava l'indipendenza del Regno Unito di Libia al rispetto dei diritti e degli interessi delle minoranze residenti nel Paese.
Il valore dei beni è stato calcolato, al 1970, dal Governo Italiano in 200 miliardi di lire per il solo valore immobiliare. Includendo i depositi bancari e le varie attività imprenditoriali ed artigianali con relativo avviamento, questa cifra supera i 400 miliardi di Lire che, attualizzati al 2006, significa circa 3 miliardi di euro. In trentasette anni, non vi è mai stato un provvedimento ad hoc che prevedesse l’adeguato risarcimento per la confisca del 1970. Gli aventi diritto hanno beneficiato solo delle provvidenze previste dalle leggi di indennizzo a favore di tutti i cittadini italiani che hanno perso beni all’estero.
La confisca del 1970 è stata giustificata da Gheddafi come parziale ristoro dei danni derivanti dalla colonizzazione, una sorta di acconto sul preteso saldo che oggi riesce ad ottenere, anche se la distinzione da parte del leader libico fra beni confiscati e le responsabilità delle vittime della stessa è sempre stata netta. Il Governo italiano da parte sua non ha mai preteso dai libici il rispetto del Trattato violato ricorrendo alla prevista clausola arbitrale (art. 9) né hai mai posto sul tappeto il valore di quei beni “restituiti” al popolo libico se non altro per diminuire le pretese del Colonnello.
Nell’accordo Dini-Mountasser del luglio 1998 che doveva chiudere tutto il contenzioso non si fa minimamente cenno al valore dei beni confiscati agli italiani. Per quanto riguarda i visti di ingresso in Libia, dopo l'iniziale entusiasmo seguito alla visita dell'allora Presidente del Consiglio Berlusconi a Gheddafi nel 2004, nella quale il problema sembrava poter essere superato, ad oggi i cittadini italiani rimpatriati nel 1970 non possono rientrare nel Paese se non dopo aver compiuto 65 anni, tramite un viaggio organizzato e con i documenti di ingresso sia in italiano che in arabo. L'AIRL è oggi l'associazione che rappresenta e difende i diritti di tutti i rimpatriati, lotta dal 1972 per il completamento dell’indennizzo, fondando la propria battaglia su precisi presupposti giuridici e morali.
Si sente parlare ogni tanto dei crediti degli italiani in Libia, collegando questo problema con l'avvento di Gheddafi e con l'esproprio dei beni e la cacciata degli Italiani, avvenuta nel 1970. In realtà, vi sono diversi aspetti della vicenda. I "crediti delle aziende italiane in Libia" propriamente detti, risalgono ad attività economiche posteriori al 1970: i meno recenti risalgono all'inizio degli anni ottanta, i più recenti all'inizio degli anni 2000. La ragione dell'insolvenza libica per questi imprenditori non sta nella volontà politica di danneggiare gli Italiani, ma deriva da vertenze di natura amministrativa o commerciale. La varietà dei casi, trattandosi di 105 aziende, sfugge a classificazioni.
Il Governo italiano, nello spirito di cancellazione del passato nato dal Comunicato Congiunto (vedi sopra), chiese nel 2000 ai creditori dei vari Enti libici di far conoscere le rispettive situazioni per negoziarle come un blocco di crediti. La somma dei crediti pretesi raggiunse il livello di oltre 620 milioni di euro e la difficile trattativa ebbe inizio.
I libici chiesero che la parte italiana calcolasse i crediti indiscutibili all'interno dei 620 milioni di Euro; ottenuta la risposta, chiesero di ricalcolarla con i loro esperti, arrivando a conclusioni totalmente diverse; su insistenza italiana, produssero nel 2004 una proposta di rimborso forfettario, naturalmente inferiore ai 600 milioni. Riversata ai creditori, la proposta fu rifiutata e si tornò alla carica. Ad un certo punto i libici dissero (confermando un concetto già espresso in precedenza) che i creditori del gruppo potevano farsi avanti comunque uti singuli, smentendo poi questa possibilità al verificarsi del primo caso concreto.
La Libia in CIFRE in Italia:
Il 16 ottobre 2007 l’ENI e la Lybian National Corporation hanno firmato un accordo che prolunga la presenza della società energetica italiana in Libia fino al 2042 e al 2047 rispettivamente per l’estrazione del petrolio e del gas.
Tra 2008 e 2010, quasi 40 miliardi di euro sono stati scambiati tra Italia e Libia:
la banca centrale libica e la Lybian Investment Authority (fondo sovrano) hanno investito 2,5 miliardi di euro per acquisire circa il 7% di Unicredit, divenendo il primo azionista del primo gruppo bancario italiano
il 7,5% detenuto da Lafico nel capitale azionario della Juventus ne fanno il quinto investitore per dimensioni sulla borsa di Milano
l'1% dell'ENI è stato acquisito dai libici, che hanno allungano di 25 anni le concessioni energetiche, in cambio di investimenti Eni per 28 miliardi
Lafitrade, insieme a Fininvest, controllano il 10% di Quinta Communications, società di Tarak Ben Ammar
Cesare Geronzi, patron di Generali, ha accolto anni fa la Libia nel patto di società di Banca di Roma (poi Capitalia), così come in banca Ubae
il 14,8% di Retelit, società di telecomunicazioni, è controllato dalle finanziarie libiche.
Il trattato di Bengasi del 2008 ha inoltre aperto le porte a commesse da distribuire tra gli investitori italiani:
2,3 miliardi di euro per la costruzione dei 1.700 chilometri dell'autostrada costiera libica
costruzione di un centro congressi (Impregilo) e commesse di elicotteri (Finmeccanica) e segnalamento ferroviario (Ansaldo) sono stati affidati a ditte italiane.
Dal 2005 al 2009 l'Italia ha rilasciato licenze per l'esportazione di armi verso la Libia per un valore di 276,7 milioni di euro in progressione crescente, di cui tre quarti del valore nel solo biennio 2008-2009. L'Italia è stata così il primo paese UE per esportazioni di armi verso la Libia, coprendo un terzo del totale nel quinquennio. Il valore delle esportazioni è coperto principalmente da aerei militari, ma comprende anche missili ed attrezzature elettroniche. Un'ulteriore consegna di 8 mln € di armi leggere attraverso Malta è stata fatta risalire alla Fabbrica d'armi Pietro Beretta. Non sono chiare le autorizzazioni ricevute per la consegna.
Questo è il passato, ma presto il presente potrebbe non essere più tranquillo.
Con una guerra civile che dista da noi pochi chilometri, dove gli americani presto o tardi arriveranno ad intervenire per sedare la dittatura del Leader Libico, ci potremmo ritrovare tutti in men che no si dica ad essere coinvolti in un orrenda vicenda.
E' da mezzo secolo che si parla di soprusi alla popolazione Libica, dove l'unico ad arricchirsi è stato lo "Stato" ed ora che il sangue scorre per strada, ora che la guerriglia impazza per le vie di tutte le città Libiche, si sente dire che il governo è propenso a dare un aumento di stipendio ai cittadini.
Una cosa è certa, l'America da sola non può controllare i diversi conflitti Mondiali, per questo sarà costretta a chiedere l'intervento dei propri alleati... ed indovinate chi è un servile alleato dell'America? Si proprio l'Italia.

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